mercoledì 18 febbraio 2009

A rischio censura


Ci risiamo, ancora una volta c'è qualcuno che si è accorto che su internet ci sono anche brutte cose, interventi pericolosi, potenzialmente riconducibili all'istigazione a delinquere ed all'apologia di reato. Ma c'è anche di peggio: violenza, pornografia e su su fino all'associazione mafiosa. E' inutile negarlo, lo sappiamo ormai tutti che il web è come il mondo, con brave persone e delinquenti, con calibrati blogger e fans esaltati anche da chi dovrebbe rappresentare la feccia umana. C'è di tutto e di più. Ed il peggio è che la quantità di persone e informazioni, buone o cattive, è talmente stratosferica che è difficile, se non impossibile, colpire chirurgicamente. La Cina si stà perdendo in questo universo parallelo non poi tanto virtuale che rischia di destabilizzare l'autorità costituita e portare aria di libertà. Il "filtro" - purtroppo per loro - si dimostra insufficiente a bloccare notizie non conformi al regime rischiando di infiammare gli animi con malsane idee democratiche e liberali. Ricordiamo che il popolo del web ha messo in serio pericolo lo svolgimento dei recenti giochi olimpici con lo slogan: prima i diritti umani e poi le Olimpiadi. Lo stesso popolo e lo stesso mezzo è stato usato per portare alla luce atrocità come l'annientamento di feti in povere donne ree di non aver rispettato la legge per il controllo delle nascite: 1 donna - 1 figlio. E poi la mobilitazione per il Tibet, i fari puntati sul dramma del Darfur, ma se ne potrebbero elencare a centinaia.

Noi occidentali ci riteniamo immuni da censure perchè queste non rientrano nei nostri schemi mentali e la libera informazione e circolazione di idee è alla base della nostra civiltà. Eppure di tanto in tanto si tornano a proporre misure restrittive. Chiudere tutto per colpire una minoranza di delinquenti che, con o senza internet, troverebbero comunque il modo per fare proseliti. Ora è la volta del senatore Udc Gianpiero D'Alia che ha proposto un disegno di legge che, in caso di istigazione a delinquere ed apologia di reato su internet, permetterebbe al Ministro dell'Interno di oscurare, tramite imposizione ai provider, interi siti web. Fin qui non ci sarebbe nulla di male. Di fatto se la Camorra aprisse un proprio sito web sarebbe opportuno adoperarsi in tutti i modi per chiuderlo e sigillarlo. Purtroppo però il malaffare si insinua nei social network - Facebook e You Tube in particolare - e lì sarebbe molto difficle, se non realisticamente impossibile, filtrare. La legge, il cui criticatissimo emendamento di sicurezza è stato appena approvato, nasce come reazione alla nascita di gruppi che inneggiano alla criminalità nei maggiori siti di social network: su Facebook sono infatti recentemente apparsi gruppi di fan di noti mafiosi, ma anche petizioni a favore degli stupratori, o a sfondo xenofobo. La soluzione radicale del taglione rischia però di privare il web di importanti strumenti di informazione e confronto sociale e culturale. La reazione dei più importanti colossi a rischio censura non si è fatta attendere. Secondo la portavoce di Facebook Debbie Frost, l'emendamento di D'Alia "mira a chiudere l'intera ferrovia di una nazione a causa di alcuni discutibili graffiti in una singola stazione. Prendiamo molto seriamente la comparsa di contenuti che incitano alla violenza, e lavoriamo per rimuoverli nella maniera più celere possibile. Per ogni contenuto controverso pubblicato su Facebook, ci sono letteralmente migliaia di interazioni positive, che promuovono la comunicazione, l'amicizia ed il commercio". L'affermazione è suffragata dai numeri: sono ad esempio 433 i membri del fan club Provenzano, ma il gruppo dedicato agli eroici magistrati Giovanni Falcone e Paolo Borsellino conta circa 370.000 sostenitori.

Naturalmente i commenti, le critiche e le osservazioni le leggerete su Facebook, ed è questo il ridicolo.

lunedì 16 febbraio 2009

Grazie Veltroni!


La vittoria del PdL in Sardegna conferma l'inconcludenza e la dannosità di una politica vecchio stampo, tipica e unica, praticamente DOC del centrosinistra, di non fare politica, o meglio, di impegnarsi con tutta l'anima a criticare l'avversario senza rivelare la propria identita e senza essere propositiva in termini di idee e progetti. In sostanza l'unico messaggio lanciato negli ultimi anni è stato quello di demonizzare Berlusconi con risultati disastrosi. Le elezioni le hanno perse per questo, non paghi della batosta e intenzionati a continuare sulla stessa strada, hanno perso le comunali di Roma, le regionali in Abruzzo ed ora in Sardegna.
Come non ricordare le accuse di Veltroni al premier, impegnato nella campagna elettorale sarda , denunciandolo di dedicarsi a sostenre il suo candidato invece di occuparsi delle drammatiche questioni nazionali. Questa strategia di sterile critica non paga e non pagherà mai, per fortuna. Di questo passo c'è da immaginare che il prossimo programma elettorale del PD sarà composto da una sola frase: tutto il contrario di quello che vuol fare Berlusconi. Punto e fine. Grazie quindi a Walter Veltroni che cocciutamente segue questa linea pseudopolitica di sola contrapposizione.

Il PD è scompostamente in bilico tra un no dato alla sinistra italiana e una richiesta di compattezza con il centro del suo schieramento flagellato da problemi etici di non facile soluzione. Ostinatamente però, invece di porre le basi per costruirsi un'identità eterogenea prettamente politica e laica, si ostina a sparare bordate contro l'avversario, cercando di screditarlo e di renderlo innocuo. Purtroppo (per loro) questo atteggiamento ha mostrato tutta la sua devastante incosistenza, non funziona e, dati alla mano, le elezioni in Sardegna sarebbero potute essere l'opportunità per un cambiamento di direzione più propositivo e meno di critica drastica. Così non è stato ed il risultato ne è la conferma. C'è da augurarsi che la stessa strategia venga adottata anche da qui alle prossime elezioni amministrative. D'altra parte sarebbe difficile fare diversamente con un leader non riconosciuto, una componente ex PCI dominante, una porzione ex DC storicamente e attualmente in posizione scomoda e opposta sulle scialbe posizioni meramente politiche anche là dove la gente vorrebbe risposte etiche e morali decise.

La condanna è alla disgregazione o, nella migliore delle ipotesi, allo stesso isolamento che sta subendo la CGIL ostinatamente impegnata politicamente a sostenere la sinistra politica prima ancora che di ottenere risultati significativi e realistici per i lavoratori. PD e CGIL sono scesi in piazza tre giorni su tre con esiti a dir poco depressivi. Una piazzetta semivuota ad ascoltare l'ex nemico e capo di Stato Scalfaro che, col rosario in una mano ed il Capitale nell'altra, isolato in un palco che occupava da solo mezza piazza, sbofonchiava frasi senza senso politico e prive di interesse in una difesa partigiana ad una Costituzione che tutti vogliono cambiare. Poi il flop del fior fiore del sindacalismo rosso che non avendo nulla da proporre, se non la solita filippica anti-governativa, si è dovuta accontentare di un manipolo di pensionati, ex Festa dell'Unità, sempre pronti a salire su un pullman pur di far sventolare una bandiera rossa. Infine i girotondini di morettiana memoria che, tolta la naftalina dagli eschimo sessantottini, pur non sapendo bene per quale motivo si trovassero appoggiati dai dipietristi, visto che nemmeno loro avevano chiaro per cosa protestare, hanno comunque seguito la linea verde della pura e semplice critica all'avversario.
Non contenti dei flop e dei disastri possibili venturi, si preannuncia una stagione di scioperi e manifestazioni a raffica. Momentaneamente non è dato saperne il motivo ma, sicuramente, è un modo come un altro per tenersi in allenamento.

Forse un attimo di riflessione sulla inutilità di unire anime politiche e culturali diverse solo per far numero, o come penoso esperimento politico sbandierato per il nuovo che avanza ma non supportato da facce nuove (Scalfaro docet), sarebbe opportuno, per il bene degli equilibri politici e dell'efficienza parlamentare italiana. Per quanto Veltroni si accanisca a dichiarare che la crisi è profonda ed il governo è inadeguato ad affrontarla, ci troviamo di fronte ad un'opposizione incapace di contribuire perchè evanescente e troppo occupata a lamentarsi. Riusciranno i nostri eroi a capire che gli italiani vogliono vedere politici che si rimboccano le maniche, magari anche sbagliando qualcosa, piuttosto che lagnoni e piagnoni che non sanno fare altro che leccarsi le proprie ferite d'orgoglio.

venerdì 13 febbraio 2009

Lo "strappo" del nostro scontento


Si è molto discusso sul presunto strappo istituzionale creato, a detta dell'opposizione, dal solito Berlusconi quando, cocciutamente, ha voluto avvalersi della decretazione d'urgenza per interrompere il protocollo in atto di sospensione della nutrizione e idratazione, a Eluana Englaro. Non voglio tornare sull'argomento anche se la ferita ed il dibattito sono ancora aperti. E' piuttosto singolare come una minoranza chiassosa abbia rivoltato la frittata con veemenza, arrogandosi il merito di difensori della Costituzione violata e della figura del Capo dello Stato impunemente sfidata da un Governo irrispettoso. In realtà le polemiche, montate ad arte da chi ormai non ha altro obiettivo che lo screditamento dell'operato dell'esecutivo e, in primis, dal suo Presidente Berlusconi, non avrebbero avuto senso di esistere se solo ci si fosse presa la briga di rileggersi un po' di quella Costituzione che tanto viene acclamata. Ma tant'è e così, come di consueto, anche un caso drammatico come quello di Eluana, è un'ottima occasione per attaccare il Cavaliere.
Se il sistema informativo fosse stato puntuale nel descrivere l'incidente che si è verificato (il famoso strappo) che ha riempito le pagine dei quotidiani con titoloni a nove colonne, si sarebbe scoperto che chi l'ha provocato e chi ha agito in violazione della Costituzione è stato il Capo dello Stato Napolitano sostenuto da una parte cospicua dell'opposizione. Questo certo può che provocare sconcerto e preoccupazione, soprattutto perchè le accuse Dipietriste di stato di "dittatura" e le preoccupazioni di un "vero e proprio colpo di Stato" ritornano al mittente che, lui si, dovrebbe fornire ampie e rassicuranti spiegazioni, riconoscendo lo sbaglio e ristabilendo le competenze ed i ruoli propri della democrazia.

E' bene quindi rinfrescare la mente di coloro che, Costituzione alla mano, si sono prestati a interpretarla (per usare un eufemismo) svincolandosi dal suo dettato. Non c'è bisogno di essere costituzionalisti di fama per sapere che i Decreti Legge (anche quelli prodotti dal famigerato Governo Berlusconi) sono atti con valore di legge, che entrano in vigore immediatamente, adottati dal Governo (il Consiglio dei Ministri) in casi straordinari di necessità e urgenza. Non esiste quindi alcuna giustificazione in chi ha ravvisato in tale atto un "colpo di Stato". Anzi sarebbe meglio andarci piano con i paroloni sparati a vanvera che producono solo effetti devastanti di disinformazione. Si potrà certamente discutere se in questo specifico caso sussistevano i previsti presupposti di straordinarietà, necessità e urgenza, ma, sempre secondo Costituzione, tale compito è di esclusiva competenza del parlamento al quale, è bene ricordarlo, non è mai arrivato. Non è previsto nessun passaggio intermedio, nè, tanto meno, preventivi avvisi di incostituzionalità da parte del Capo dello Stato. Se così fosse, come poi è realmente successo, ci troveremmo di fronte ad un atteggiamento ostruzionistico lesivo delle competenze proprie del Governo e del diritto del Parlamento ad esprimersi. Naturalmente questo non è un mio parere personale, ma del Presidente emerito della Corte Costituzionale, Antonio Baldassarre, il quale ha testualmente dichiarato: "Il Capo dello Stato non puo' bloccare un decreto legge. La Costituzione - ha spiegato - dice che esso viene adottato l'art. 77 sotto l'esclusiva responsabilità del Governo. Quindi il Presidente non può rifiutarsi di firmarlo".

Che piaccia o no questa è la Costituzione, la stessa che vede paladini in sua difesa tutti quei parlamentari che hanno rigirato le carte in tavola col solo meschino scopo di screditare il Presidente del Consiglio. L'asse Presidente della Repubblica - Opposizione non ha prodotti buoni risultati e, volendo essere ancora più espliciti, preoccupa chi intravvede in questo sodalizio uno strumento illegittimo per ostacolare l'azione di un Governo che, non si dimentichi mai, è stato eletto dalla maggioranza degli italiani e quindi con tutti i crismi di uno Stato democratico. Non riconoscere questo può portare solo grossi guai.

mercoledì 11 febbraio 2009

Una costituzione da cambiare


Ad ogni alito di vento politico, ad ogni più insignificante polemica parlamentare, fino ai grandi temi etici o sociali, ci si arrabatta in dispute tra gli opposti schieramenti tirando immancabilmente in ballo la laicità dello Stato come dogma incontrovertibile e si pone il sigillo del dettato costituzionale. Questi sono i binari su cui ci si deve muovere e guai a chi accenna a dubbi o incertezze.
Sulla laicità dello Stato non ho nulla da obiettare perchè è garanzia di interventi che salvaguardano tutti i cittadini nel loro minestrone di credi religiosi, di principi morali e ideologici. Eppure questo principio di rispetto globale rischia spesso di essere letto come divieto alla libera espressione di ogni soggetto. Anzi, una tendenza che si sta imponendo è quella di un garantismo di sinistra (ma purtroppo esteso anche all'ala più moderata del centrosinistra) nei confronti delle religioni minoritariamente rappresentative. I politici più radicali ed i loro fans (dai centri sociali ad una rappresentanza limitata, ma imbufalita e chiassosa, del mondo studentesco, docenti inclusi) si battono a suon di occupazioni e cortei al fianco di altrettanti facinorosi integralisti islamici. I casi dell'occupazione delle piazze antistanti il duomo di Milano e San Petronio a Bologna ne sono testimonianza.
Ma la vera ragione per cui ci si schiera dalla parte dell'integralismo islamico (disconosciuto anche dagli stessi islamici moderati) non è tanto una scelta religiosa, quanto un'ossessiva guerra dichiarata contro la Chiesa cattolica, i suoi rappresentanti ed i fedeli. Loro sì accusati di "inopportune ingerenze" e minaccia pericolosa al sacro principio di laicità.
Di fatto al contributo positivo che la Chiesa, ed i cattolici in genere, propongono nel dibattito culturale e politico italiano viene data puntuale risposta con cipiglio e determinazione. Per tutti basti ricordare la manifestazione a favore della Famiglia che ha immediatamente registrato una contromanifestazione di risposta. E citiamo anche i pomodori in faccia a Giuliano Ferrara quando si è azzardato a parlare in termini critici di aborto. Queste lecite opinioni vengono sistematicamente bollate come "mine alla laicità", compresa la visita del Papa alla Sapienza di Roma (ingerente) alla quale si sarebbe voluta contrapporre una lezione di ex brigatisti (laica).
Il punto saliente dello scontro unilaterale è la negazione del principio cattolico di "diritto alla vita", che sia esso rivolto a un disabile come Eluana Englaro, o ad un feto sconosciuto. Questo diritto cozza contro la libertà di altri (il papà Beppino o la madre del futuro nascituro) e la laicità deve, non si sà perchè, garantire prima i diritti dei presenti anche a costo della morte dei più deboli, indifesi e invisibili.

In Italia si può parlare di tutto ma guai a toccare la Costituzione. Berlusconi ha istintivamente esternato termini dispregiativi definendola "sovietica", auspicando che possa essere modificata. Fulmini e saette l'hanno colpito dai banchi dell'opposizione. Sono convinto che siano ben pochi i parlamentari seduti nelle aule di camera e senato che l'abbiano letta per intero, ci si accoda ciecamente ai luminari del partito. Eppure vi sono elementi, poco conosciuti e mai spiegati nelle nostre scuole, che pongono seri dubbi sulla sacralità e bontà dell'attuale testo costituzionale. L'ex capo di Stato Francesco Cossiga, senza andare per il sottile, la definisce "un piccolo trattato di Yalta, fatto di assicurazioni e controassicurazioni". Il momento storico che ne vide la nascita ne caratterizza la "vacuità", De Gasperi e Togliatti si tutelarono reciprocamente. Nascono così astrusità - come le definisce Cossiga - tipo "L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro". Non sulla libertà o sugli individui. Così Dossetti, o Moro, trovarono il compromesso del lavoro. E di compromessi ne è piena. Pensare ed aupicare quindi una sua revisione e una pacata rilettura attualizzandone i contenuti, influenzati dal periodo bellico e dall'incertezza sul futuro politico, non può non trovare concordi maggioranza e opposizione. Ma se la proposta parte da Berlusconi si è disposti anche a rinunciare, non in nome del popolo italiano, ma della assurda e sfacciata contrapposizione di schieramento.