martedì 24 marzo 2009

Semaforo rosso per Brunetta


Senza esitazione: secondo i criteri di meritocrazia e valutazione io spingo con decisione la faccina rossa nei confronti del dipendente ministro Brunetta. Il merito si conquista grazie ad una serie di fattori concorrenti tra i quali l'individuazione del problema e la messa in opera di iniziative atte a risorverlo. Brunetta, secondo questo criterio, non ha individuato i veri malanni della PA e, di conseguenza, non riesce a risorverli. Ergo: emoticon rossa e spazio ai meritevoli. Parafrasando le sue stesse affermazioni, diciamo che questo post non intende "criminalizzare" il ministro, ma è la valutazione di un "cliente".
L'operazione Mettiamoci la faccia è di sicuro successo per far sfogare i cittadini inferociti da una pratica che non giunge a termine, ma è ingiusta nei confronti di chi, pur essendo un ottimo lavoratore, si vede giudicato per colpe che spesso non sono le sue. La lungaggine burocratica di leggi che da sole già possono paralizzare il paese, e scelte politiche di amministratori locali che giocherellano tra piani urbanistici e bilancio senza conoscenza e competenze, non possono essere attribuite alla persona dietro uno sportello che sarà additata come incolpevole capro espiatorio di mancanze piramidali.

Iniziamo quindi dal principio cercando di spiegare quali siano in realtà i veri problemi degli Enti Locali, problemi che causano una spesa pubblica enorme gestita male e gravi disservizi al cittadino.
  1. Una labirintica ed elefantiaca legislazione. Ho avuto modo di sottolineare in passato che in realtà nessuno sa esattamente quante siano le leggi italiane che ogni cittadino dovrebbe conoscere. Una stima la attesta sulle 300 mila che, confrontate con una media di 7 mila di paesi come la Francia, la Germania e l'Inghilterra, già indica una difficoltà e snellezza nell'agire. Leggi che vengono modificate, leggi che ne abrogano altre, modifiche a pezzetti di singoli articoli, sentenze e letteratura richiedono spesso più tempo per essere esaminate che non per essere applicate. Eseguire una gara d'appalto sopra soglia comunitaria è un'opera titanica e implica spese non indifferenti con tempi indicibilmente lunghi, senza, peraltro, avere mai la certezza, anche nel caso di dirigenti onesti al limite della santità, di non incorrere in ricorsi o ricorrere all'autotutela per una postilla di una norma di cento anni fa che il legislatore si è dimenticato di cancellare. In questo bailamme legislativo il dirigente viene reso responsabile civilmente, penalmente e patrimonialmente degli atti che sottoscrive e, per questo, è obbligato a prendersi tutto il tempo che gli serve per produrre un bando e un capitolato a prova di bomba. Ma l'elefantiaca macchina delle disposizioni di legge si traduce anche in tempi lunghi per il cliente (come lo chiama Brunetta) o il cittadino, che deve iniziare l'iter per lo svolgimento di una pratica. E' vero che molto è stato snellito con l'introduzione dell'autocertificazione, ma è anche vero che il responsabile del procedimento è tenuto alla verifica delle attestazioni e a recuperare d'ufficio i documenti necessari che, seppur già in possesso della PA, ne richiedono comunque una ricerca o una richiesta, spesso presso Enti diversi, che hanno i loro bei 60 giorni per rispondere. Nel frattempo il procedimento viene sospeso. Indubbiamente la pazienza ha un limite ed ecco che scatta la faccina rossa nei confronti di chi mette la sua faccia anche per parlamentari dalla legge facile. Qualcuno potrà obiettare che esiste un testo unico per gli Enti Locali, ma chi ci lavora sà che non è sufficiente ed esaustivo perlomeno non consente di saltare a piè pari le migliaia di altre leggi che disciplinano l'attività amministrativa.
  2. Piante organiche sbilanciate e favoritismi. Una seria valutazione dei servizi pubblici da erogare presuppone l'adeguatezza, per quantità e qualità, del personale necessario. L'anarchia gestionale dei decenni passati ha fatto si che molti comuni si sono trovati con personale in largo esubero rispetto alle necessità e, soprattutto piccoli comuni, con carenze spaventose e, per un lungo periodo, incolmabili per il blocco delle assunzioni. Ancora peggio il caso di quelle piccole realtà dove arroganti amministratori incapaci di entrare nei meccanismi dei servizi pubblici, hanno praticato politiche scellerate nella gestione del personale mettendo in serie difficoltà anche la normali attività di routine. Ora la mobilità potrebbe garantire un riequilibrio sempre comunque subordinato alla lungimiranza degli amministratori locali ed al rispetto del patto di stabilità. Vi è poi un fenomeno che Brunetta non ha ancora toccato ma che farebbe bene a prendere in considerazione. Un Comune, soprattutto se di piccole dimensioni, è praticamente un famiglia, e quindi, con l'aiuto dei sindacati, succede spesso che dipendenti facenti parte di servizi cessati vengano riciclati in altri servizi amministrativi senza averne la vocazione, le conoscenze e senza fornire gli strumenti per una formazione seria atta alle nuove mansioni. E, sempre in fatto di qualità del personale, sarebbe auspicabile che il ministro, oltre alla trasparenza sugli incarichi esterni, ponesse attenzione sui posti di ruolo a tempo indeterminato di molti dipendenti, soprattutto ex politici. Un confronto incrociato tra amministrazioni locali, partiti politici, sindacati e grandi aziende pubbliche o a prevalente capitale pubblico, darebbe risultati sorprendenti. Non c'è bisogno che lo denunci io, ma sono certo che il risultato di siffatta indagine sarebbe che: l'ex sindaco di un comune è diventato impiegato o dirigente di un comune limitrofo, così l'ex assessore è ora presidente della tal azienda, o anche il sindacalista impegnato è stato assunto con pubblico concorso ma non si trova mai perchè contemporaneamente all'abbandono del ruolo sindacale è diventato segretario di partito. Si potrebbe andare avanti all'infinito. C'è quindi da chiedersi: quale può essere la produttività di questi onnipresenti funzionari di partito?
  3. La separazione delle competenze. E' legge dello stato, riportata anche a lettere maiuscole nel Testo Unico: Il funzionamento di una pubblica amministrazione separa nettamente la gestione politica (riservata al sindaco e agli organi collegiali, giunta e consiglio, ciascuno per le sue competenze) e gestione tecnica (riservata a dirigenti, responsabili di servizio e procedimento). In realtà l'ingerenza politica è asfissiante. Dall'indicazione di chi deve vincere il tal concorso pubblico, a chi sarebbe auspicabile vincesse la gara d'appalto, allo studio di procedure come minimo inconsuete per sbloccare qualche situazione imbarazzante, fino alla firma di atti palesemente con vizi di forma, di merito, di oppurtinità se non addirittura illegittimi. E' vero che un dirigente o un responsabile di procedimento potrebbe rifiutarsi di firmarli, ma è altrettanto vero che ci sono dinamiche (oserei dire quasi mobbing) per cui un dipendente preferisce assumersi le responsabilità pur di mantenere il posto e vivere tranquillo, magari sperando in una promozione. Chi vive e lavora in un piccolo ente, sa bene che l'assessore ricopre quasi più la figura di capo ufficio che non assolvere al suo potere di indirizzo. Questo è insopportabile ed un cancro della PA che deve essere estirpato.
  4. Il bluff dell'informatizzazione. Ogni comune è libero di gestire la propria struttura informatica come meglio crede. C'è chi investe molto perchè ci crede, e c'è chi scrive ancora con una vecchia macchina da scrivere. L'impiegato che si trova con fuori dalla porta il suo bel semaforo, ha un'efficienza pari al grado di informatizzazione che l'ente ha deciso di mettergli a disposizione (normalmente il centro di spesa è sempre fanalino di coda per lasciar spazio piuttosto ad auto di rappresentanza o manifestazioni di piazza dal sapore molto elettorale e poco culturale). Se una pratica eseguita con un buon sistema informatico richiede un minuto, fatta a mano con ricerche su scaffali impolverati giacenti in archivio può richiedere settimane. Colpa dell'impiegato fannullone? Certamente no. Ma l'informatizzazione ha anche un'altra faccia della medaglia: un business. Dunque, solo per esemplificare, le procedure di formazione e gestione del bilancio comunale sono uniche in tutta Italia, eppure lo Stato non dota i comuni di nessun software adeguato a snellire le procedure e rispettare le norme. Sarebbe semplice, utile ed economico. Un programma unico per gli oltre 8.000 comuni italiani permetterebbe un costo bassissimo, trasparenza nella gestione e faciliterebbe la mobilità perchè l'impegato di ragioneria che viene trasferito in un altro ente conoscerebbe già il software. Così purtroppo non è, e quindi si acquistano 8.000 licenze, con 8.000 gare d'appalto, 8.000 contratti, 8.000 software diversi e poche decine di fornitori che si arricchiscono a spese della collettività. Non voglio addentrarmi sui rapporti politici che possono intercorrere tra il fornitore di beni e servizi informatici e le amministrazioni locali. Basterebbe confrontare i costi di fornitura e manutenzione con la qualità del prodotto. Come non ricordare il portale italia.it costato allo Stato poco meno di 40 milioni di euro (il solo semplice e banale logo 100 mila euro). Il mondo dei webmaster è stato in fermento per mesi per l'esagerata cifra spesa rispetto alla miseria del prodotto offerto.
Questa piccola panoramica di macro-problematiche dovrebbero indurre, a mio avviso, a partire da provvedimenti strutturali alla fonte dei veri problemi e non farsi belli solo con populistiche e scontate iconografie del dipendente fannullone. Sicuramente anche il caffè di mezza mattina sarà illegale, ma non è da lì che bisogna partire. Il semaforo è assurdo, offensivo e assolutamente inutile perchè quasi sempre chi ci mette la faccia non è il vero responsabile del mal funzionamento della pubblica amministrazione. La legge del taglione "colpirli tutti per scovarne qualcuno" si dimostrerà un fallimento.

Da parte mia, dopo 28 anni di dirigenza in un Ente Pubblico, esasperato dalle responsabilità, dalle pressioni e dal marciume politico, dopo un infarto mi sono licenziato e ora riverso le mie competenze e conoscenze nel privato dove non c'è nessun Brunetta che tenga, nessun Sindaco o Assessore despota, ma solo voglia e soddisfazione economica e personale. Ah, dimenticavo, ai semafori preferisco le rotatorie... scorre meglio il traffico :)

lunedì 23 marzo 2009

Tutti per uno


Il processo di unificazione, già copyright del PD, è ora realtà anche nel PDL. Gianfranco Fini nel terzo e ultimo congresso di Alleanza Nazionale ha sciolto il partito storico della destra, seppur con molti puntini sulle i, che confluisce nel Partito voluto e annunciato sul predellino della sua auto, da Berlusconi. Il processo politico che ha portato ai partitoni unici, è stato difficile, articolato ma, tutto sommato, abbastanza veloce e condiviso. Anche se, per analizzarne la dinamica, bisognerebbe tornare indietro fino alla rivoluzione mani pulite che ha stravolto l'assetto politico e sancito la fine della prima Repubblica, la spinta decisiva è assai recente, ed è riconducibile al clamoroso flop dell'ultimo governo Prodi. Insomma la sottile linea di separazione tra una coalizione o un'alleanza programmatica (leggi Ulivo o Casa delle Libertà) ed un partito unico consiste molto semplicemente nel cercare di evitare divisioni interne in corso d'opera, su tematiche particolarmente sensibili, in primis Etica e Welfare. In sintesi garantire la governabilità a chi ha ricevuto il maggior consenso elettorale. Il meccanismo si stà rivelando ben funzionante con l'attuale Governo di Centrodestra perchè forte di una larga maggioranza, più complesso sarebbe comunque se gli italiani, come già successo, si spaccassero in due. In questo caso la palla tornerebbe ai partiti minori che hanno deciso per il mantenimento della propria identità e che, inevitabilmente, farebbero pendere l'ago della bilancia ad ogni seduta in aula. In pratica il topolino tra gli elefanti tornerebbe a spargere il terrore di un tonfo governativo.

Anche in questa legislatura sono presenti sostegni esterni, l'Italia dei Valori a centrosinistra e, a questo punto, la Lega nel centrodestra, oltre naturalmente ai battitori liberi ancora vivi e vegeti. Ma, tutto sommato, la garanzia di arrivare a fine legislatura senza sorprese, proprio per i numeri usciti dalle urne, è reale poichè non gioverebbe a nessuno un ennesimo stop alla attività parlamentare. Soprattutto in tempo di profonda crisi economica. L'intesa comune ai grandi di immunizzare anche nel futuro i partiti più piccoli con una soglia di sbarramento al 4% eviterebbe dispersione di voti e contaminazione politica al loro interno, e garantirebbe nel contempo una naturale alternanza alla guida del paese con un rapporto più pacifico e costruttivo tra maggioranza e opposizione. Per questo l'esito delle prossime elezioni politiche dipenderà principalmente dalla valutazione che gli italiani daranno all'attività e alle scelte del Governo Berlusconi. Sono quindi superflue e dannose le sterili critiche continue che, prima Veltroni poi Franceschini con tutto il suo seguito, rivolgono quotidianamente al Premier. Se qualche elettore di centrodestra (o di un qualunque partito minore) deciderà di non votare il PdL sarà solo per un oggettivo giudizio negativo sull'azione di Governo e non certo per i continui rimbrotti di Franceschini. Anzi, l'opposizione dura ad personam può essere letta, in piena crisi, come una mancanza di idee alternative ed al non voler collaborare al risanamento unendo le forze. Di contro la maggioranza, probabilmente consapevole di essere l'unica a potersi garantire la fiducia dei cittadini, sfodera un'intensa attività parlamentare. Sforna leggi, disegni di legge, proposte di riforme a tambur battente. Non la si può certo accusare di immobilismo o di prendere sottogamba i problemi del paese. Giudicare la bontà o meno delle singole scelte è invece nostra esclusiva prerogativa di italiani. I criticatutto in questo momento non servono, sono dannosi e, dati alla mano, perdono voti un po' ovunque.

mercoledì 18 marzo 2009

Ricominciamo da uno


Il "caso" Costituzione è da tempo oggetto di dibattito politico e già diversi parlamentari, trasversalmente alle diverse coalizioni, hanno espresso la necessità di una revisione per adeguarla alle tematiche etiche, politiche, sociali ed economiche, che si sono sviluppate dopo la redazione del testo costituzionale del 1948. Sinteticamente le critiche che vengono attribuite alla nostra Carta sono quelle della sua genesi storica (6 anni di guerra e 20 anni di dittatura fascista che ne hanno condizionato il contenuto); del suo carattere compromissorio, inevitabile e normalmente elemento positivo, ma, nel caso italiano, esasperato dall'incertezza democratica del futuro della nazione, per cui normalmente si parla di un eccesso di autotutela che è sfociata in un miscuglio di pesi e contropesi; di riferimenti sbagliati e nello specifico l'aver preso a modello la Costituzione staliniana dell'Unione Sovietica scritta nel 1936; infine della fisiologica necessità di essere aggiornata per adeguarla all'Italia del terzo millennio. Di contro c'è chi la ritiene sacra, inviolabile e intoccabile perchè legata ad uno dei momenti storici più drammatici per il popolo italiano (la lotta di liberazione) e, quindi, legata a doppio filo con la Resistenza partigiana, segno di libertà e democrazia. Il carattere compromissorio viene esaltato come elemento indispensabile e positivo di unità tra le diverse anime costituenti, mentre i riferimenti all'Unione Sovietica sono evanescenti (anche se storicamente riconosciuti) e, comunque, si trattava di un testo costituzionale avanzato per l'epoca, rivolto al benessere del popolo, anche se non applicato. Tutte le prese di posizione sono lecite ed hanno, a mio modesto avviso, elementi positivi che varrebbe la pena approfondire. Meno condivisa è la negazione della possibilità di porvi mano o, quantomeno, di discuterne tranquillamente. Personalmente credo che la Carta suprema sia stata scritta per la gente e, proprio per questo, possa essere letta, interpretata e commentata da chiunque. Non è quindi richiesto il patentino di esperto in diritto costituzionale, non stiamo trattando un testo accademico, ma della carta del popolo, rivolta al popolo e scritta per il popolo.

L'articolo 1 è, a dire di molti, il vero marchio ideologico della nostra Carta Costituzionale. Nel 1947 il punto e' stato oggetto di aspra discussione. E' anche interessante notare come in una piccola frase siano ricomprese tutte le critiche accennate pocanzi. L'Assemblea si trovò a dover scrivere la base della nuova libera nazione italiana confrontandosi con il testo sovietico che recitava: "L'Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche è uno Stato socialista dei lavoratori e dei contadini". Le proposte italiane furono tre, ultima delle quali fece da sintesi compromissoria e fu adottata:
"L'Italia è una Repubblica dei lavoratori"
(Palmiro Togliatti)
"L'Italia è una Repubblica fondata sui diritti della libertà e i diritti del lavoro"
(Ugo La Malfa e Gaetano Martino)
"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro"
(Amintore Fanfani)
Ciò che colpisce il normale cittadino è il fondamento: il lavoro. Sembra ben poca cosa per definire il principio dei princìpi di una nuova e libera nazione. Soprattutto astratto e, forse, parziale non ricomprendendo tutti quegli italiani che, per qualunque motivo, non lavoravano. Ma il motivo è da ricercarsi nel contesto storico di un'Italia che, come richiamato nel successivo articolo 4, solo con il contributo di ogni cittadino al "progresso materiale e spirituale della società" avrebbe potuto avviarsi verso ricostruzione e propsperità. Bisogna riconoscere che oggi non è più così perchè le dinamiche economiche internazionali passano anche attraverso altri canali più influenti e globalizzanti del solo lavoro del singolo cittadino, e la crisi in corso ne è chiara esemplificazione.

La proposizione con cui solitamente si apre una Costituzione ha un altissimo significato simbolico e, a sessant'anni dalla stesura non vi è dubbio che il solo lavoro non identifica il popolo inteso nella totalità dei cittadini, tanto meno il popolo può identificarsi in esso perchè un'attività (il lavoro) difficilmente può riconoscersi come valore fondamentale di una società.
La senatrice Donatella Poretti (Radicali italiani, eletta nel PD) ha pronunciato un discorso in aula proprio in supporto alla modifica dell'art. 1 della Costituzione. Nel testo (del quale consiglio la lettura integrale) oltre ad elencare le categorie che comprendono i milioni di Italiani che non possono materialmente riconoscersi nel valore fondamentale del lavoro, contesta anche la formula di Repubblica democratica, in pratica demolisce l'intero impianto dell'articolo 1. Le motivazioni non sono astratte ma, a mio avveso, ben giustificate e descritte:
"l’espressione 'Repubblica democratica' è insufficiente ad individuare e garantire quei diritti che, se non rispettati, determinano una vera e propria dittatura, sebbene formalmente 'democratica'. Cosa distingueva infatti la Repubblica democratica tedesca (DDR), la ex Germania dell’Est, dalla Repubblica democratica italiana? In ben 42 su 48 Paesi del continente africano vi sono state elezioni democratiche, ma quasi nessuno di questi gode di diritti così come nei Paesi cosiddetti occidentali. Una delle più feroci tirannie oggi al mondo è quella della Repubblica democratica popolare di Corea, anche conosciuta come Corea del Nord. La Repubblica islamica dell’Iran, per esempio, tiene regolari elezioni, eppure difficilmente potremmo paragonare il suo assetto istituzionale come una democrazia simile alla nostra. [...] Per questo motivo, l’Italia dovrebbe essere prima di tutto una Repubblica democratica fondata sulla libertà, intesa quale totalità dei diritti della persona, senza i quali verrebbe meno la distinzione con quelle 'repubbliche democratiche' che ieri, come oggi, opprimono intere genti nel nome della volontà popolare. La libertà trova la sua principale e massima protezione nello Stato di diritto: supremazia e rispetto della legge, in primis rispetto della Costituzione, Legge fondamentale di tutti i cittadini".

Porsi almeno il problema di individuare un elemento di unione ed un marchio di valori reali proprio in quel primo articolo così importante, credo sia un atto di onestà intellettuale e di affezione verso il proprio paese. I princìpi, se applicati, non sono vacui ma pesano come macigni nella classe politica e conseguentemente nella definizioni delle leggi. Oggettivamente, inoltre, quel primo articolo così generico e fuorviante, cozza contro i successivi 5 articoli dei princìpi fondamentali che esprimono invece, in senso compiuto, il concetto di libertà. La discussione sull'articolo 1 potrebbe essere proprio un punto di partenza per un confronto pacifico su possibili e, a mio avviso, auspicabili aggiornamenti e revisioni.
Per ultimo riporto la proposta di modifica fatta proprio dalla senatrice Poretti che credo essere un ottimo spunto di riflessione e dibattito:
“La Repubblica italiana è uno Stato democratico di diritto fondato sulla libertà e sul rispetto della persona”.

domenica 15 marzo 2009

Cambiare la Costituzione è indispensabile


Ormai è diventata una battaglia politica senza quartiere quella che vede il centrosinistra impegnato nella strenua difesa della nostra vecchia Costituzione, ed il centrodestra possibilista verso un aggiornamento. "La Costituzione non si tocca!" è lo slogan del PD, o almeno di una parte dei suoi aderenti, con l'Unità che titolava, poche settimana orsono, l'intera prima pagina con "La Costituzione siamo noi", appropriandosi e facendo garante la sinistra italiana del sacro testo. L'ultimo episodio, sinceramente un po' penoso, è stato l'ex presidente Oscar Luigi Scalfaro da solo su un palco enorme in una piazzetta semivuota a ribadire il suo ormai storico "non ci sto". Il dibattito politico sempre più cozza contro questa palla al piede della immutabilità senza condizioni. E' un po' come l'ormai celebre "resistere, resistere, resistere" di borelliana memoria che palesava con noncuranza le proprie simpatie politiche nonostante il ruolo super partes che avrebbe dovuto caratterizzarlo. E che la sinistra italiana, ex PCI, abbia lavorato alacremente alla stesura del dettato costituzionale è più che evidente anche ad una lettura superficiale. L'ex Presidente Cossiga ha recentemente dichiarato che la Costituzione è stata il frutto di mosse e contromosse, garanzie reciproche tra democristiani e comunisti, una sorta di Yalta nostrana.
Il testo, approvato il 1° gennaio 1948, è fortemente influenzato da sei anni di guerra, e ancor più da vent'anni di dittatura fascista, non poteva essere altrimenti ed è giusto così, ma un'influenza ancor più forte è stata quella compromissoria dei diversi schieramenti politici che formavano l'Assemblea costitente. L'intesa che permise la realizzazione della costituzione è stata più volte definita «compromesso costituzionale», consistente in una commistione di concezioni politiche diverse, risultato di reciproche rinunce e successi. Le forze in seno all'assemblea, infatti, tendenzialmente, non avendo sicure idee sul possibile prosieguo della vita politica italiana, piuttosto che tentare di ostacolare le altre parti politiche, spinsero per l'approvazione di norme che rispecchiassero i rispettivi principi base. Giorgio La Pira sintetizzò le due concezioni costituzionali e politiche alternative dalle quali si intedeva differenziare la nascente Carta, distinguendone una "atomista, individualista, di tipo occidentale, rousseauiana" ed una "statalista, di tipo hegeliano". Un pasticcio insomma nato da idee contrapposte ben lontano dall'immagine demagogica che tutt'ora la sinistra sostiene a gran voce, sintetizzata da Piero Calamandrei: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nei carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un Italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra costituzione».
Un minimo di onestà politica vorrebbe che questi elementi storici unitamente ai radicali cambiamenti sociali, culturali ed economici che sono intercorsi da quel gennaio 1948 ad oggi, facessero riflettere sulla vetusità del testo e quindi la necessità di una revisione ed un aggiornamento, se non addirittura iniziare a pensare alla istutuzione di una moderna e nuova assemblea costituente, ma questo è per molti non solo impensabile, ma addirittura terroristico, non per niente ad ogni alito di vento si urla ad un "attentato alla Costituzione".

La guerra è un triste ricordo, ma è lontana dalle nuove generazioni che la studiano sui libri di storia, così come è lontana, lontanissima, la dittatura fascita in Italia. Pensare o considerare un pericolo che si possa tornare indietro è quantomeno assurdo. In un mondo globalizzato, con l'Europa unita come meta, le regole costituzionali dovrebbero basarsi su nuovi e importanti valori di sviluppo democratico e sociale, ambientale, sulle nuove tecnologie di comunicazione, sui rischi di una economia selvaggia o sulle garanzie per i giovani, gli anziani, le fasce più deboli della popolazione. Altrimenti non ci potrà essere nemmeno un processo di rinnovamento politico che appare ormai indispensabile.
Molti italiani nemmeno l'hanno letta sta benedetta Costituzione, molti non hanno neanche la più pallida idea di cosa possa contenere e quali principi vi siano espressi. Eppure con ottocentesco amor di patria o, più semplicemente, per partito preso, la difendono a spada tratta. Facciamo almeno un piccolo sforzo per leggere l'indice, qualche articolo. Fortunatamente anche nel PD (e mi auguro anche nel PdL con sempre maggior convinzione) c'è chi ragiona con la testa e non con la tessera. Mi riferisco in particolare a Matteo Renzi, candidato sindaco a Firenze, il quale con molta tranquillità, come deve essere, ha detto in più sedi che "La Costituzione va cambiata; andrebbe attualizzata sin dai principi fondamentali". Naturalmente è stato subito additato come untore, insomma il solito attentatore alla sacra carta. Renzi, che apprezzo, non si tira indietro e rivendica il suo diritto ad esprimersi sull'argomento: "In un libro di tre anni fa 'Tra De Gasperi e gli U2' ho sottolineato l'esigenza di attualizzare i contenuti della Suprema Carta rispetto a un mondo in rapido cambiamento. Ho parlato della necessita' di tutelare in modo piu' incisivo i nuovi lavori, l'eguaglianza sostanziale, il rapporto con l'Unione Europea, le nuove sfide dell'ambiente, il pluralismo religioso e via dicendo. Ne ero convinto allora, ne sono convinto oggi''. Dunque, ribadisce il candidato sindaco, ''non ho mai attaccato i principi fondamentali della Costituzione, non intendo farlo e appartengo a una generazione che e' grata ai padri fondatori della Repubblica e a chi ha combattuto per dare al Paese democrazia e liberta'. Pero' - precisa - 'rivendico per me e per la mia generazione il diritto al futuro. Un futuro dove si possa riflettere con serenita' del domani, rispettando il passato e costruendo il futuro".