giovedì 8 ottobre 2009

Strani segnali dalla Consulta



I padri fondatori della suprema carta avevano visto giusto quando, per garantire una vera libertà politica, vollero tutelare i parlamentari con quella famosa "immunità" che un referendum popolare (forse sarebbe meglio definirlo populista) ne sancì la sua abolizione. In buona sostanza le azioni messe in atto erano a tutela della piena realizzazione della volontà popolare: la netta divisione dei poteri e, quindi, la garanzia che un semplice giudice potesse impedire ad un parlamentare, legittimamente eletto dagli italiani, fosse impedito ad agire per motivi subdolamente politici. Sia ben chiaro che l'immunità non cancellava il presunto reato, ma ne rimandava l'iter giudiziario a termine mandato. Quindi nessun colpo di spugna ma certezza di governabilità e libertà nel legiferare.
Le funzioni delegate tramite le elezioni politiche e amministrative sono esclusivamente attribuite al potere legislativo (parlamento), e, di conseguenza a quello esecutivo (il governo). Fuori dalla volontà popolare è il potere giudiziario che segue un suo iter in parte meramente amministrativo-concorsuale ed in parte di squallida lottizzazione politica. Purtroppo bisogna osservare che troppo spesso alcuni giudici fanno vera e propria politica attiva indagando e perseguendo in primis il capo di Governo (che risulta ad oggi il più attenzionato d'Italia unitamente alla sua Fininvest che potrebbe entrare nel guinness dei primati per numero di ispezioni da parte della Guardia di Finanza).
Di fatto se fino ad oggi si poteva semplicemente sbottare per l'iniziativa palesemente politica di qualche togato nell'esercizio delle sue funzioni istituzionali (è rimasto negli annali della spudorata parzialità l'ormai famoso resistere, resistere, resistere come in una irrinciabile linea del Piave pronunciata dal procuratore di Milano Francesco Saverio Borrelli in piena lotta per l'abbattimento della cosiddetta prima Repubblica), ora le ambigue e incoerenti decisioni della Consulta rafforzano la paura di uno Stato governato più dai giudici che da Esecutivo e Parlamento. Mi auguro che si giunga presto a sancire norme rigide sulla responsabilità dei giudici (anche questo approvato da specifico referendum ma mai applicato - in realtà gli sbagli dei giudici sono pagati dallo Stato). Forse se invece di passare la pratica di un recluso per errore processuale all'economato per la liquidazione dei danni di privazione della libertà, il giudice ne rispondesse direttamente economicamente e penalmente, ci sarebbe più cautela e meno leggerezza nel l'accusare a destra (e, molto meno) a manca.

E' difficile restare impassibili di fronte agli umori variabili della Corte. Lo stesso Presidente Napolitano in una nota ha sottolineato come in un precedente del 2004 i giudici costituzionali non avevano affatto chiarito che, per introdurre la sospensione dei processi per le alte cariche, fosse necessaria la legge costituzionale. Ed è comprensibile perchè la sentenza di fatto sconfessava Napolitano, e i suoi espliciti e ripetuti comunicati sulla correttezza della scelta della maggioranza di procedere con legge ordinaria, alla luce del precedente del 2004. In secondo luogo, come magistralmente evidenziato da L'Occidentale "l’attuale decisione della Consulta non appare in linea con il principio della “leale collaborazione” fra poteri, di cui la Corte stessa fa sovente menzione nelle sue pronunce: la maggioranza approva il lodo Schifani, la Corte lo dichiara incostituzionale per due o tre motivi specifici – senza dire nulla sulla necessità della norma costituzionale e dopo aver riempito pagine sul concetto di sospensione processuale -; il legislatore si adegua fiducioso (ingenuamente?), e ora la Corte alza l’asticella, spiegando che si doveva scegliere la procedura di revisione".

Effettivamente la leale collaborazione tra poteri sarebbe stata la strada giusta nell'opporsi alla decisione della Consulta ma, come spesso accade in Italia, tutto finisce in caciara da osteria. Purtroppo in questo modo la credibilità dell'imparzialità della Corte è messa in seria discussione, così come i pronunciamenti del Capo di Stato, l'istintiva reazione della maggioranza e la scandalosa reazione della minoranza.
Sic stantibus rebus...