martedì 25 febbraio 2014

I sogni son desideri

Ieri in Senato non si è votata la fiducia ad un governo ed al suo programma perchè non è stato illustrato nessun programma. Sono stati esposti degli intenti, delle speranze, delle legittime aspirazioni e dei sogni nel cassetto ma senza illustrare il piano di fattibilità, il progetto economico necessario alla realizzazione. Sono stati elencati i problemi dell'Italia e le frustrazioni degli italiani candidandosi alla loro soluzione ma senza spiegare quali risorse il novello Babbo Natale ha intenzione di spendere e sopratto dove e come rimediarle. E, oggettivamente, mai come in questa seduta è legittimo richiamare il vecchio adagio che vuole che tra il dire e il fare ci sia di mezzo il mare.

Eppure la fiducia è arrivata. Con una manciata di voti che non preannunciano nulla di buono per il futuro. Una maggioranza frutto di un percorso politico interno al PD al limite della criticità, con umori neri e aria di scissione. Frutto di accordi palesi e sottobanco e del mercato delle poltrone. Solo il neo premier sa quali e quanti compromessi siano stati necessari per formare il gruppo dei supporter. Quali pesi e contrappesi siano stati messi nel piatto dell'eleggibilità. Quali "ricatti" politici dovranno essere onorati.

Questa Italia allo stremo, bisognosa solo di una reale nuova politica concepita in funzione di sostegno ai cittadini più deboli, alle imprese in enormi difficoltà, assiste ancora una volta speranzosa, ma attonita, all'ennesima replica del peggio della rappresentazione melodrammatica da teatrino di periferia. Ancora una volta sopporta una fiducia sulla parola dai risultati ignoti, dai metodi sconosciuti, dalle risorse ipotetiche. Il nostro paese non meritava questa ennesima carta bianca affidata alle mani inesperte di un sognatore che ancora confida nella "ruota della foruna".

giovedì 8 agosto 2013

Togliete il megafono al compagno Epifani

Il neo segretario del Partito Democratico ed  ex segretario generale della CGIL, Guglielmo Epifani, aveva ricevuto un incarico e uno solo: "traghettare" il PD alle prossime elezioni in un momento difficile per il partito. Ed il suo sarebbe dovuto essere un lavoro delicato, meticoloso, quasi chirurgico perchè la situazione lo richiedeva, e lo richiede. Ad un osservatore esterno il PD appare una cozzaglia di correnti e pensieri politici, a volte anche agli antipodi fra loro. Nel dettaglio l'ex sindacalista avrebbe dovuto conciliare le posizioni "progressiste" di Renzi, con il conservatorismo della vecchia guardia. Quella vecchia guardia alla quale però anche lui appartiene.

Il fatto è che la crisi economica e, di conseguenza, anche occupazionale, ha creato incontrollate tensioni anche fra gli stessi elettori del centrosinistra, che non si accontentano più di sentirsi riperete che questo paese è vittima della cattiva politica Berlusconiana, e pretendono, ora che il primo ministro è uno dei loro, di assumere provvedimenti urgenti e risolutivi per iniziare a provare almeno un po' di sollievo nella sofferenza quotidiana. Eppure Epifani dimostra, con le sue spallate a ripetizione, che lui è più interessato a screditare questo governo di larghe intese, che non a sostenerlo, perchè abituato ad affrontare le piazze e i militanti col megafono in mano urlando e sbraitando. Questa è la sua immagine di vecchio comunista che vuol far passare di sè. Ma nel momento in cui è richiesto spirito e animo di mediazione, di pacatezza nelle espressioni, di equilibrio fra le diverse idee interne al parito, di delicatezza istituzionale, entra nelle vicende politiche come un elefante in una stanza di cristalli.

Mentre Letta si è rimboccato le maniche, vaccinato contro l'atavico virus antiberlusconiano, e a testa bassa cerca uno spiraglio per aiutare quest'Italia in ginocchio, lui, l'ultimo dei guerrieri ex-comunisti, continua nella sua martellante opera di logoramento. Sussurra all'orecchio del presidente del consiglio, suggerimenti sul come far "saltare il tavolo". L'obiettivo è chiaro: giungere alla resa dei conti, ma non solo col PDL o il M5S, anche nella guerra in corso, tutta interna al partito, tra restaurazione e rinnovamento. Da una parte lui, Bersani, Finocchiaro, Bindi e l'ex nomenklatura che va da Dalema a Fassino, e dall'altra i due piccoli-grandi innovatori: Letta e Renzi. E nulla importa il segnale giunto dai cittadini alle ultime elezioni, nulla importa dei richiami del Colle a cercare di tenere in piedi questo "strano" Governo, lui, ha il megafono in mano e, cascasse il mondo, ci vuole urlare dentro lo strazio e l'agonia di una vecchia politica che stà morendo e della quale lui ne è ora il leader. Gli italiani possono aspettare.

giovedì 14 marzo 2013

Francesco

Papa Francesco è arrivato in una piovosa sera di inizio primavera ed è entrato subito nelle simpatie del popolo  che, anche se poco prima non ne conosceva neppure l'esistenza, ha immediatamente percepito l'umiltà e la semplicità di questo timido successore di Pietro. Vederlo in piedi di fronte alla piazza gremita di fedeli, con le braccia abbassate e sentirlo esordire con un modesto "Buonasera", ha colpito tutti facendolo sentire subito vicino alla gente proprio perchè privo di qualsiasi ampollosità. Invitare i fedeli a pregare per lui è stato un gesto di enorme significato perchè, così facendo, si è messo in ginocchio davanti al mondo chiedendo di essere aiutato nell'assolvere il suo compito.
Il sentimento di affetto verso quest'uomo piccolo e sorridente è scaturito naturale in tutti, e ha fatto dimenticare tutti i pronostici, le notizie sui gruppi di influenza nel conclave, gli interessi politici ed economici che sono stati attribuiti a ciascun cardinale, le scommesse dei bookmaker. La razionalità ha fatto posto al sentimento, il dubbio alla fede e alla speranza consapevoli, per i credenti, che come sempre accade lo Spirito Santo ha scelto per noi. La società civile ha grandi aspettative dalla Chiesa, prima fra tutte quella di un rinnovamento che possa far prevalere i valori profondi prima che le logiche di complotti, affari e pedofilia. Si sperava in un papa ferreo e intransigente e invece ci troviamo di fronte a un uomo semplice e piccolo che però ci ha dato la netta sensazione di essere realmente solo un umile strumento nelle mani di Cristo.

Nella foga dei media di reperire quante più notizie possibile sul nuovo pontefice, si è tirato fuori di tutto, anche spazzatura diffamatoria che fa sempre notizia. E' il caso del libro «L' isola del silenzio. Il ruolo della Chiesa nella dittatura argentina», edito in Italia da Fandango, scritto dal giornalista argentino Horacio Verbitsky, che ipotizza ombre sull'operato di Papa Francesco. E' la storia che si ripete perchè, come si dice, il bene non fa rumore ma le accuse, anche se non vere, fanno notizia. Per molti, per chi scrive in questo piccolo blog, e per gran parte di chi ha ascoltato le parole e le preghiere di ieri sera, dopo la fumata bianca, non servono grandi dossier per convincersi che quest'uomo è buono, semplice, umile, aperto all'ascolto e lontano anni luce da qualsiasi azione ipotizzata nel libro. Ma per chi, come San Tommaso, deve poter contare su documenti incontrovertibili, riportiamo uno stralcio di articolo di Aldo Cazzullo, pubblicato nel Corriere della Sera il 16 aprile 2005 che ricostruisce una storia esattamente opposta a quella di Verbitsky. Nell'esempio e con il nuovo entusiasmo suscitato da Francesco, Taglio Basso gli rende omaggio così.

"Nella prova terribile della dittatura militare, Bergoglio si mosse per salvare preti e laici dai torturatori, ma non ebbe parole di condanna pubblica che del resto non sarebbero state possibili se non a prezzo della vita , e tenne a freno i confratelli che reclamavano il passaggio all' opposizione attiva. Due di loro lasciarono i gesuiti, e subito dopo furono prelevati dalla polizia politica. Un' infamia alimentata dai nemici di Bergoglio indicò in lui l' ispiratore del sequestro; era vero il contrario: il Provinciale andò di persona da Videla per chiedere la liberazione dei due religiosi, e agli atti della giunta militare risulta la richiesta di un passaporto per loro. La sua battaglia gli ha guadagnato la stima dei leader del movimento per i diritti umani, come Alicia de Oli veira, e il rispetto delle madri di Plaza de Mayo, durissime nei confronti della gerarchia cattolica. Ai caudillos , militari o politici, che si sono alternati alla guida dell' Argentina Bergoglio non si è mai piegato. Pessimi i rapporti con Menem e Duhalde, gelidi con de la Rua il cardinale andò a trovarlo il 12 dicembre 2000 per avvertirlo del rischio di una rivolta popolare, scoppiata un anno dopo , freddi con Kirchner, che non ha seguito tra la folla sulla piazza della Casa Rosada la cattedrale era stracolma la messa celebrata da Bergoglio in morte di Wojtyla. Buone invece le relazioni con Luis D' Elia e il movimento dei piqueteros ( un giorno il cardinale chiamò il ministro dell' Interno per lamentarsi della polizia che manganellava una donna inerme)."